Respinto il ricorso dei riders Foodora – Per il Tribunale non sono lavoratori subordinati


Il Tribunale del lavoro nega il rapporto di subordinazione per sei riders lasciati a casa dopo aver partecipato alle lotte dell’Autunno 2016.

Che il tema dei diritti dei lavoratori in Italia non goda di ottima salute era già una cosa evidente. Ogni giorno però sembra arrivare un’ulteriore conferma a questo assioma…

Dopo la sentenza di settimana scorsa contro la mamma licenziata dallo store di Ikea di Corsico che non riusciva a rispettare i turni perché, separata, doveva accudire i due figli di cui uno disabile, ieri è arrivata un’altra sentenza che desta più di una perplessità.

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso di sei riders di Foodora che erano stati improvvisamente lasciati a casa dopo aver partecipato alle proteste dell’Autunno 2016 che richiedevano maggiori diritti e un salario più dignitoso.

I giudici hanno ritenuto che non sussista un rapporto di lavoro subordinato (con tutto ciò che ne consegue in termini normativi e di diritti) per quello che è un lavoro sempre più diffuso e non più un semplice “lavoretto”.

Una sentenza che, se avesse riconosciuto la subordinazione sarebbe stata una potenziale bomba nel mercato della “gig economy” come fu una bomba più di 10 anni fa la sentenza (seguita a un periodo di lotte) che riconosceva la subordinazione per i lavoratori dei call-center, almeno per quanto riguardava il settore dell’inbound (le chiamate in entrate). Il tutto in un mercato che era una vera giungla (e che è tornato ad esserlo dopo la crisi) e dove i lavoratori erano indistintamente tutti “a progetto” anche se non si capiva bene quale fosse il fantomatico progetto…

La sentenza italiana è in netta contraddizione con una sentenza spagnola che per un caso molto simile, nel Dicembre 2017, ha riconosciuto che dei riders di Deliveroo non erano lavoratori autonomi bensì dipendenti.

Il primo sciopero dei riders Foodora si è svolto a Torino nell’Ottobre 2016 ed è subito diventato un caso mediatico. Vale la pena riprendere il comunicato di allora dei lavoratori che aveva il dono della chiarezza nello spiegare le condizioni di precarietà su cui si fonda la “gig economy”:

Siamo i rider di Foodora. Le ragazze e i ragazzi che vi portano da mangiare con le bici e con i motorini, sia quando si muore di caldo sia quando piove a dirotto. Siamo quelli che a Milano e a Torino vedete vestiti di rosa.Dietro i nostri sorrisi, i nostri grazie e i nostri buona cena, arrivederci, si cela una precarietà estrema e uno stipendio da fame.Le decine di chilometri che maciniamo ogni giorno, i rischi che corriamo in mezzo al traffico, i ritardi, la disorganizzazione, i turni detti all’ultimo momento, venivano ripagati con 5 miseri euro all’ora, mentre adesso addirittura vengono pagati 2,70 euro per ogni consegna effettuata, senza un fisso, con l’ovvia conseguenza che tutto il tempo in cui non ci sono ordini non viene pagato, quindi è a tutti gli effetti tempo regalato all’azienda.
A corredo di ciò a nostro carico ci sono pure la bici, lo smartphone e le spese telefoniche, gli strumenti essenziali del nostro lavoro. Il nostro contratto è una sorta di Co.co.co fatto male, una forma contrattuale superata ormai da anni che definisce una collaborazione tra un’azienda committente e un libero professionista.Tuttavia noi rider siamo a tutti gli effetti dipendenti di Foodora: costretti ad indossare la loro divisa, sottoposti a rapporti gerarchici, in balia delle loro decisioni e sottoposti a delle valutazioni per cui se non siamo accondiscendenti nei loro confronti ci vengono dati meno turni. Non essendo ufficialmente dipendenti non abbiamo ferie, tredicesima, contributi, accesso ai sussidi di disoccupazione e soprattutto non abbiamo LA MALATTIA!!! Una misera assicurazione ci copre spese mediche per incidenti sul lavoro, ma se stiamo male e non possiamo lavorare, se ci facciamo male mentre lavoriamo e dobbiamo stare a casa, non veniamo pagati.Tutto ciò è inaccettabile, perciò è da mesi che cerchiamo pacificamente e cordialmente di parlare con i responsabili di Foodora Italia, ottenendo in cambio solo grandi prese in giro. Di fronte all’ennesimo inasprimento delle condizioni di lavoro abbiamo deciso di aprire alla strada sindacale, chiedendo un incontro formale con i rappresentanti sindacali. Anche a ciò non ci è stata data risposta, anzi, hanno spacciato le nostre richieste di dialogo come tentativi di rivolta, arrivando a fare mobbing nei confronti di due promoter colpevoli di aver espresso la loro solidarietà, non assegnandole più turni e impedendo loro di lavorare.Per queste ragioni dichiariamo da questo momento lo stato di agitazione. Come lavoratori di Foodora cercheremo di portare la nostra protesta ovunque possa avere peso e visibilità, ed in quest’ottica chiediamo la solidarietà dei cittadini. Non ordinate da Foodora, non consigliatela e se potete chiamate il servizio clienti o fatevi sentire sulla loro pagina facebook.
Le mobilitazioni si sono poi estese a Milano con lo sciopero del Luglio 2017 ed il flash mob dello scorso Dicembre [qui i video 1/2]
In un paese dove l’agghiacciante statistica delle morti bianche ha ripreso a salire, dove il lavoro è stato espulso dal dibattito pubblico e dove si parla dei “poveri Italiani” solo per raccimolare qualche voto in più in campagna elettorale salvo poi dimenticarsene ed anzi votare tutto il possibile per diminuire i diritti ed aumentare la precarietà i lavoratori possono contare solo su se stessi e sulla loro capacità di organizzarsi per mettere in piedi delle battaglie capaci di invertire la rotta. I tempi sono complicati, ma che la rassegnazione non la faccia ovunque da padrona ce lo segnalano non solo le lotte dei riders, ma anche quelle di Amazon del 2017 per non parlare di quelle della logistica. La precarietà è ormai un tema comune a tantissimi. Importante parlarne sempre di più.
Pubblicato da Matteo, il 12 aprile 2018 alle 09:19

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