Ancora repressione a Milano, ma il 22 settembre eravamo tutt* lì, contro il genocidio del popolo palestinese | Comunicato del CSA Lambretta

In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle.

Ad ora si tratta di nuovi procedimenti giudiziari verso 27 compagn* (di cui diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il Genocidio del popolo Palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine.

In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi.

Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema.

La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “Tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti.

In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala.

I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo.

Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza.

Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze.

E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni.

Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi ed in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza.

Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose.

Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali.

In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro.

Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione.

Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza.

Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*.

di CSA Lambretta

Per sostenere le spese legali:

Intestazione: “Mutuo soccorso milano APS”

C/O Banca Etica

Causale: Spese legali

Iban: IT92F0501801600000016973398

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