MILANO E IL LEONCAVALLO
C’è ancora spazio per l’autogestione e per comunità autonome e fuori norma nelle metropoli?
Il Leoncavallo rischia di sparire per sempre. Nella sua forma di via Watteau sembra aver vita breve. L’amministrazione pubblica, il Sindaco e il loro entourage tecnico e politico, offrono un «capannoncino» nell’estrema periferia sud della città. Una proposta tutta da verificare e costruire. Una proposta che ha il sapore di una «deportazione», come ha già detto, giustamente, qualcuno. Una deportazione che rischia di far morire il confinato lungo il tragitto, aggiungiamo noi.
Una soluzione «pragmatica, nel rispetto delle norme, che salvaguardi l’esperienza, la storia e l’evoluzione che il centro sociale Leoncavallo ha vissuto negli ultimi anni». Questo quello che scrivono e offrono l’amministrazione pubblica e le politiche istituzionali a questa storia cinquantennale di autogestione, dopo aver lasciato campo libero per decenni alla speculazione immobiliare.
È difficile prendere parola e provare a fare i conti con la storia del Leoncavallo. Le implicazioni sono troppe, stratificate, come la storia del Leo stesso. Una storia che riguarda quantità enorme di persone che l’hanno animata e attraversata di generazione in generazione.
Vuol dire intrecciare i propri vissuti con quelli di tantissime altre genti, con quelli di altri spazi occupati e autogestiti e con parte della storia degli ultimi cinquant’anni di questo paese.
Vuol dire fare i conti con ferite, strappi, scazzi, contradizioni, errori, mancanze, stanchezze. Vuol dire fare i conti anche con le nostre inadeguatezze.
Non è dato certo a noi fare sintesi di questa storia, è inutile e impossibile giacché ogni persona che l’ha vissuta probabilmente la racconterebbe in modo diverso.
Ma se quella del Leoncavallo è una storia difficile da sintetizzare a freddo, ha invece più senso concentrarsi sui dispositivi che stanno portando a decretare la fine di questo spazio per come lo conosciamo (la sua fine e non solo la sua); sugli attori che hanno determinato quel percorso che ha prodotto un habitat sempre più inaccessibile, soprattutto per alcuni viventi. A Milano e in questo terribile mondo.
E forse, guardare a questa storia, può essere l’occasione per ritornare a dire cosa vogliamo, cosa non vogliamo perdere, cosa desideriamo per noi e per le città che viviamo, e animiamo, cosa vorremmo mettere in discussione di tutto questo, radicalmente.
La forma delle occupazioni, pratica novecentesca variamente motivata (occupi uno spazio per dare luogo e possibilità a attività/desideri/ambizioni che altrimenti, altrove, ti sarebbero negate: suonare / ascoltare musica / mettere dischi / recitare / mangiare / socializzare / sbombolettare / formarti / imparare / insegnare / agire politicamente / abitare / danzare / ballare / fotografare / documentare) pare non sia più esercizio di questo tempo, che non serva più, non sia più adeguata alla forma metropoli, che già offre tutte le alternative possibili, ognuna delle declinazioni richieste, ognuno dei tuoi desiderata. Se puoi permettertelo, è chiaro. Altrimenti, no.
Le mutazioni gentry stanno già ridisegnando la forma di chi può abitare quartieri e città: dentro gli investitori, le dinastie elette, le nuove aristocrazie, i negozietti, le belle scuole, i laboratori creativi, prezzolati e hype, i festival, i sorrisi giusti col drink totale, la spensieratezza completamente scollegata dall’oggi.
Alle vecchie e nuove povertà, ai fallimenti, agli indomabili diamo sterminate periferie. Scollegate, irraggiungibili, deprivate dei servizi, scomode, inospitali.
È il grande scollamento della mutazione gentry, la volontà totale di vivere in assenza di batteri, in città disinfettate dal conflitto, decontaminate, lustre, deprivate del contatto tra tessuti sociali.
E, certo, qui, gli spazi occupati intra moenia, sono visioni stonate, inaccettabili interferenze. Inutili alle élite metropolitane, alle loro tavole già apparecchiate di cultura a tuttotondo, cibo sano, cliniche private.
Le mutazioni gentry hanno già ridisegnato la forma di chi può abitare quartieri e città mettendo in atto un cambiamento che sembra inarrestabile e che vede Pubblico e Privato collaborare nel ridisegnare i contorni di una città antropofaga, dalle economie cannibali: speculazioni compiute in nome di rigenerazione e riqualificazione, accompagnate da narrazioni promozionali ben confezionate a camuffare un modello trito e ritrito e nell’insieme sempre barbaro, ottuso, capitalista. Questa Milano nuova si è fatta fortezza. Si è fatta fortezza su persone e su luoghi. Sempre più deprivata dei propri spiriti indomabili, delle contaminazioni impure. Sempre meno luogo per stupore, per ignoto, per l’incontrollabile, per pratiche, azioni e luoghi che non siano già stati dogmati.
Ogni cosa ricondotta a controllo, digitalizzazione, profitto, ogni cosa ha la sua deriva commerciale. Gentrificazione degli spazi, degli altrove, dei luoghi dell’agire in autogestione, gentrificazione dei margini, gentrificazione intima dei nostri corpi e delle possibilità che ci diamo.
Sostituire uno spazio pubblico autogestito, negli anni attraversato dalle pratiche di migliaia di corpi e centinaia di complicità fuori dagli schemi normati, con palazzi del lusso (o pseudo tali) è segno dei tempi. Ennesima azione di speculazione da vendere a migliaia di euro al metro quadro. Emblematica rappresentazione di Milano, che tantissimo ha già dato agli immobiliaristi e ai loro capitali.
La messa in discussione dell’esistenza del Leoncavallo, la volontà degli organi preposti di impossessarsi di uno spazio pubblico autogestito, per conto della Società L’orologio srl, del gruppo Cabassi, è emblema di questo. È, sì, archetipo di un processo consolidato nel quale il Pubblico finisce per definire i suoi Piani del Governo del Territorio apparecchiando tavole su misura di chi sta speculando su ogni metro quadrato, incurante di vite e collettività.
I prezzi degli immobili salgono e gli abitanti vengono espulsi dai propri contesti di vita per essere sostituiti da altri abitanti, abbienti. Le relazioni quotidiane, le relazioni mutualistiche e solidali sono sostituite da rapporti mercificati. Interi quartieri popolari vengono definitivamente stravolti, urbanisticamente e socialmente. Ed è così che la natura dei luoghi cambia profondamente.
Cancellare il Leoncavallo in via Watteau vuol dire cancellare il lavoro trentennale che ha permesso di trasformare architettonicamente un’enorme area industriale dismessa in uno spazio culturale e politico multiforme attraversato anche da migliaia di persone in una sola serata. Con la sola forza della lotta politica, dell’autogestione, dell’autorganizzazione, dell’autofinanziamento. Forse non ci si rende conto del lavoro che c’è voluto per trasformare quest’area, di quanto materiale tecnico e umano, di quanti pezzi di vita ha contenuto e contiene lo spazio di via Watteau. Forse non è ben chiaro il valore reale e simbolico di questa esperienza. Forse non è ben chiaro che questo spazio è una conquista collettiva e che non è proprietà di nessuno.
Oggi sembra quasi impossibile, in una città come Milano, produrre cultura, ricerca, servizi e addirittura attivismo senza finanziamenti privati, bandi pubblici e crowfunding. L’amministrazione del welfare, ormai liquefatto, è definitivamente delegata a privato e imprenditoria sociale. Pochi coloro che si turbano. In questo mare oleoso naviga a vista un terzo settore popolato da vecchie organizzazioni in affanno per la sopravvivenza e da nuove organizzazioni, generazioni rampanti che sgomitano per avere protagonismo e finanziamenti.
La stragrande maggioranza della produzione culturale e dei servizi sociali sono riconducibili ai capitali delle fondazioni bancarie e d’impresa. Basti dire Fondazione Cariplo: a Milano e Lombardia sembra impossibile farne a meno. Fondazione Cariplo è la maggior azionista, insieme alla Fondazione Compagnia di San Paolo, della Banca Intesa San Paolo, il primo e più importante gruppo bancario in Italia. Questo dispositivo assurdo meriterebbe una profonda discussione sulle implicazioni e sulle traiettorie che ha comportato, comporta e comporterà. In special modo se la funzione del terzo settore/privato sociale serve a mascherare il volto della politica, delle banche, delle imprese che determinano esclusione, povertà e speculazioni. Come può il terzo settore diventare attore critico e del cambiamento se continua a essere, a parte rare eccezioni, finanziato e promosso da Fondazioni bancarie e d’impresa? Quelle stesse banche e quelle stesse imprese che hanno determinato il modello Milano e Paese. Quelle stesse banche che finanziano armi e guerra.
È un’ipocrisia gigantesca.
Lo stato penale sostituisce lo stato sociale con l’inasprimento delle pene e della repressione per chi decide di rispondere con la lotta e l’autodeterminazione ai bisogni sociali (vedi il cosiddetto DDL sicurezza 1660). I soldi, pubblici, oggi servono soprattutto per la militarizzazione, il riarmo e la guerra.
Archiviato lo stato sociale, ai bisogni e alle emergenze di reddito, di casa, di salute e cultura, si risponde con progetti e servizi di cooperative, associazioni, organizzazioni filantropiche e caritatevoli, spesso inadeguati. L’efficacia di questo numero considerevole di progetti e servizi prodotti è, in aggiunta, pari a una goccia nel mare. Limiti e criticità sono poco indagati. E la sostanza, fuor di retorica, rimane la stessa: sono sempre di più le persone povere, marginalizzate ed espulse dalle città. Sono sempre meno le politiche e i piani pubblici. Sono sempre meno gli spazi pubblici, di autonomia e cooperazione comunitaria.
Alla richiesta diffusa di bisogni specifici di infrastrutture, servizi e possibilità si risponde con la repressione, con un’immaginifica rigenerazione, con i canoni della turistificazione e un inconsistente neowelfare. Rimane sempre meno spazio vitale al di fuori dalle traiettorie disegnate e sponsorizzate dai padroni delle città e dalla loro filantropia.
Siamo dentro un cambiamento epocale, dalla prevalenza delle esperienze relazionali alla dominanza delle connessioni virtuali. Vite, relazioni, azioni, confronti, scontri, movimenti, sono mediati sempre più da dispositivi digitali proprietari. Sempre meno spazi e esperienze comuni reali. Siamo sempre più soli e davanti a uno schermo. Poveri, stoccati e connessi. Sempre più del nostro tempo di vita è forzato all’interazione con le macchine digitali e AI. Macchine che influenzano comportamenti e agiti sociali/politici. Il valore d’uso, le apparenti comodità, i falsi miti imposti dalla digitalizzazione e dalla sua potenza di calcolo stanno progressivamente limitando competenze, conoscenze, creatività, intelligenze, i nostri sensi e la nostra sensibilità di fronte agli orrori che ci circondano.
Perdere il Leoncavallo vorrebbe dire perdere uno dei pochi spazi di possibilità altre da tutto questo.
Di fronte a questo inesorabile finimondo sociale coltivare relazioni forti, solidali e di complicità è l’unico modo di attraversarlo. Coltivare spazi (fisici, non virtuali) dove si sviluppino pratiche radicali e indipendenti dall’impianto istituzionale, dove si riconoscano i diritti e si lavori sull’eliminazione delle differenze sociali, di classe e genere; con la consapevolezza a quale classe sociale si appartiene e con la volontà di decolonizzare e depatriarcalizzare il presente. Svincolati da finanziamenti e ricatti pubblici e privati. Dove la produzione culturale non è mercificata, ma accessibile, autoprodotta e autofinanziata. Dove la cultura non è un fine, un esercizio meramente estetico ed esclusivo, ma un mezzo per vivere meglio e motore di trasformazione. Dove l’arte, la creatività e la politica sono un’unica cosa.
Il Leoncavallo è stato (è) un pezzo importante di queste possibilità. Migliaia di persone che hanno animato questa storia in una manciata di generazioni. Migliaia di metri quadri (e cubi!) di possibilità, centinaia di progetti, migliaia di serate e giornate sottratte alla speculazione e alla mercificazione. Migliaia di metri cubi di relazioni, esperienze e formazione.
Se oggi il capitalismo si è fatto cibernetico, opporsi a esso significa coltivare e alimentare relazioni reali e materiali. Non è un caso che La Terra Trema abbia trovato casa al Leoncavallo. La cultura materiale, i cibi e le agricolture, l’incontro gioioso in uno spazio liberato, senza sponsor, finanziamenti e patrocini, in questo paradigma catastrofico, sono decisive ancore di salvezza.
Oggi non sono messe in discussione solo la storia e le pratiche del Leoncavallo. Di fronte alle spinte mortifere di speculazione immobiliare e dominanza delle connessioni digitali e del controllo, di fronte a questo mostro a due teste serve essere intelligenza sociale collettiva, coesa, lucida.
Un’invenzione sociale collettiva a difesa dei propri spazi di autonomia, di autogestione, d’incontro e confronto in presenza, ove riuscire a generare pensiero critico e conflittuale.
La messa in discussione dell’esistenza del Leoncavallo in via Watteau ci permette di mettere bene in luce le contraddizioni di una città come Milano, una dopo l’altra. In questi mesi possiamo raccontare un’altra storia, possiamo provare a costruire qualcosa con quello che ci stanno togliendo. È l’occasione di porci anche domande importanti.
Autogestione, autorganizzazione, le occupazioni di aree dismesse sono ancora un patrimonio vitale per questa città? Pensiamo di sì, certo facendo i conti con i nostri limiti, i nostri errori e i nostri orrori…
Consapevoli che il mondo è cambiato, che alle urgenze che hanno innescato queste pratiche si aggiungono nuovi bisogni, nuove esigenze e che per questo è urgente immaginare e costruire pratiche e esperienze adeguate. Un patrimonio storico e contemporaneo rischia l’estinzione, ma forse vale la pena raccontarlo e provare ancora ad agirlo con forza, escogitando nuove possibilità di fronte al baratro. Non c’è alternativa per chi non ha alternative.
Questi mesi auspichiamo possano essere generativi. Occorre provare a raccontare, far vivere e garantire quello che abbiamo fatto fino ad oggi ma sarà inderogabile pensare, dire e fare quello che non è stato mai detto e fatto. È l’occasione per aprire un confronto pubblico e diffuso, per immaginare e costruire il futuro del Leoncavallo in questa Milano. Se ciò non accadrà temiamo che lo spazio per l’autogestione, per delle comunità autonome e perturbanti nelle metropoli, sarà ancora molto più risicato.
24 marzo 2025

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