Milano, 22 settembre: cronaca di un’operazione repressiva

La mattina del 18 marzo, a quasi sei mesi dai fatti, la DIGOS di Milano ha dato inizio un’ampia operazione repressiva legata alla giornata dello sciopero generale del 22 settembre in solidarietà con il popolo palestinese e in supporto alla Global Sumud Flotilla. Quel giorno, sotto un vero e proprio diluvio, un gigantesco corteo sfilò raggiungendo la Stazione Centrale, blindata dalle Forze di Polizia. I tentativi di occupazione simbolica dei binari, tollerati quel giorno in altre piazze d’Italia, furono impediti muscolarmente generando ore di scontri che hanno inizialmente riguardato la cosiddetta Galleria delle Carrozze della Stazione, per poi estendersi in Piazza Duca D’Aosta e infine in via Vittor Pisani.

Al momento i denunciati del primo filone d’inchiesta su quella giornata di lotta sono 27 (secondo la prima comunicazione della Polizia di Stato). Il fascicolo notificato il 18 marzo, riguardante 17 persone indagate, è consistito in:

6 ordinanze immediate di misure cautelari, che vanno dall’obbligo di dimora all’obbligo di firma quotidiana, con la prescrizione aggiuntiva della doppia firma in occasione di manifestazioni politiche (in una dinamica identica ai Daspo utilizzati sin da fine anni Ottanta per le tifoserie calcistiche);

-la convocazione per l’interrogatorio di fronte alla GIP, il 25 marzo al Tribunale di Milano, per l’eventuale conferma o la nuova applicazione di misure cautelari (questa modalità viene della riforma Cartabia del 2022).

Particolarmente colpiti dalle misure repressive il CSA Lambretta e il progetto di mutualismo internazionale Gaza FREEstyle, che contano 11 denunce, nonché altri spazi sociali tra cui ZAM e T28.

Gli interrogatori con la GIP

A seguito degli interrogatori davanti alla GIP del 25 marzo, sono state confermate le misure cautelari precedentemente richieste per 6 indagati. Delle 8 altre persone per le quali sono state richieste misure, 4 (per le quali la PM aveva indicato gli arresti domiciliari), hanno ricevuto obbligo di dimora, obbligo di firma e prescrizione della doppia firma. Per le restanti 4 le medesime, senza obbligo di dimora.

Nell’ordinanza si legge chiaramente come non ricorra il pericolo di inquinamento probatorio, ma è considerato sussistente il pericolo di reiterazione del reato «tenuto conto della circostanza per cui gli indagati militano attivamente all’interno dei centri sociali [e] sono soliti prendere parte a manifestazioni pubbliche organizzate e riguardanti tematiche geopolitiche di interesse nazionale oltre che quelle organizzate al fine di perorare la causa palestinese».

La GIP sottolinea anche come il 22 settembre le persone indagate, pur non essendosi recati alla manifestazione con «l’intento di dare luogo a scontri accesi con la polizia», trovandosi di fronte al limite di ordine pubblico imposto, abbiano deciso di infrangerlo, «spinti dalla convinzione che la motivazione sottesa [alla protesta] avesse giustificato le condotte», e in particolare come atto di difesa.

I reati contestati

I reati contestati dalla Procura sono diversi. Quelli più frequenti sono la resistenza a pubblico ufficiale aggravata (artt. 110, 81 cpv., 337, 339 commi 1,2 3 3 c.p.) e l’interruzione di pubblico servizio (artt. 81, 110 e 340 c.p.). Quest’ultimo – particolarmente surreale in un giorno di sciopero generale ad alta adesione – vuole addebitare l’irregolarità del traffico ferroviario di ben 51 treni (di cui 2 soppressioni totali, 5 parziali e 747 minuti di ritardo complessivo) e quella della metropolitana (evacuata e chiusa dalle 14:40 alle 15:40) a pochi manifestanti.

L’elenco non finisce qui: oltre alla resistenza, troviamo lesioni a pubblico ufficiale, oltraggio a pubblico ufficiale, addirittura una tentata rapina di scudo o sfollagente (che la GIP però non ritiene sussistente), e l’uso in piazza di oggetti atti a offendere, ovvero l’articolo 5-bis della Legge Reale l. 152/1975, così come modificato dal governo Giallo-Verde nel 2019 nel Decreto Sicurezza. Una delle caratteristiche di questa indagine, infatti, è la ricorrenza di reati modificati dai recenti Decreti Sicurezza e l’uso delle aggravanti di concorso morale e materiale e di reato continuo.

La campagna mediatica

Nei giorni successivi al 22 settembre – oltre al solito, ultradecennale e stucchevole dibattito violenza-non violenza – la maggioranza di governo e i media mainstream hanno attaccato particolarmente centri sociali e “maranza”. La loro “alleanza”, capace di turbare i sonni dell’opinione pubblica reazionaria e moderata, è un’estensione del processo di “razzializzazione del dissenso”: la persecuzione da sempre quotidiana di soggetti politici e civili su base, prima di tutto, razziale (basti pensare alle zone rosse), viene oggi estesa su base politica.

In altre parole: sul luogo di una continua profilazione razziale da parte di Forze di Polizia, istituzioni ed establishment politico, l’obiettivo è “razzializzare” chi dissente. Un doppio meccanismo che funge da disvelamento, qualora ce ne fosse bisogno, della più sostanziale ipocrisia della democrazia liberale (l’esempio di questo passaggio è l’attacco frontale alla solidarietà palestinese in Italia, ovviamente). Gli stessi “ottimi” media che per due anni hanno fatto (e continuano a fare) scorta mediatica alla mattanza israeliana contro la popolazione di Gaza, adesso liberano il campo per supportare la repressione: non è successo soltanto a Milano, ma in tutte le città d’Italia, in particolare a Torino.

La repressione condotta da Polizia e Magistratura denota anche una certa difficoltà (o volontà) a uscire da vecchi schemi interpretativi e, invece, comprendere la complessità sociale del magma esploso nell’autunno di rivolta per la Palestina. Un corpo sociale magmatico che ha mostrato, come si sarebbe detto un tempo, una composizione di classe metropolitana assolutamente inedita fatta di: studenti, precari di ogni tipo, alcune punte di lavoro dipendente sindacalizzato e giovani delle periferie. È molto più semplice, per le istituzioni e gli apparati repressivi, ignorare l’espressione del conflitto, dunque la partecipazione democratica dal basso, e ridurre episodi come il 22 settembre (per esempio i giorni dall’1 al 4 ottobre) a pochi antagonisti.

Verso una primavera calda

L’operazione repressiva milanese non sembra terminata: si parla di altri filoni d’indagine, che riguardano soprattutto i momenti di scontro aperto in via Vittor Pisani. È chiaramente un’operazione di svuotamento preventivo delle piazze e per questo deve essere sommata a simili operazioni in altre città: viene portata avanti, non a caso, prima di una primavera che potrebbe rivelarsi politicamente calda.

Dopo la sconfitta del Governo al Referendum costituzionale sulla giustizia, il governo Meloni vede il proprio consenso incrinato. C’è già stata una due giorni partecipatissima a Roma, indetta dalla rete No Kings, con 300mila persone al corteo del 28. Presto, l’Italia antifascista si mobiliterà sui territori contro il tentativo della destra europea di portare dovunque la “Remigrazione”, forte del nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo: a Milano, per esempio, la Lega ha già politicizzato il 18 aprile come un attacco alla ricorrenza del 25 aprile.

Tutto questo, mentre la nuova grande missione della Global Sumud Flottilla sta per partire e tentare la rottura, ancora, dell’assedio illegale sionista. In un contesto internazionale di guerra civile globale, in particolare dopo l’aggressione di USA e Israele contro l’Iran.

Una repressione così ampia e dura è, allora, il segno che c’è una possibilità di cambiare le cose: laddove si colpiscono, davvero, i punti cardine del sistema, il sistema prova a difendersi con maggiore forza. Ma bisogna resistere, ancora, ora e sempre.

* foto in copertina di Margherita Dametti

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