Dove comincia la nostra Europa?

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“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città […] e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. […]poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano felicità”.
Aristotele, Etica Nicomachea, 1094a e 1095b.

Aristotele scriveva queste righe ricordando, nel V secolo a.C., che l’economia è subordinata alla politica, che ha, a sua volta, il fine di perseguire la felicità degli esseri umani, “il più alto di tutti i beni”. In questi giorni, ma potremmo dire in questi mesi e in questi anni, stiamo assistendo al sovvertimento di questa massima aristotelica: l’economia domina la politica e il fine ultimo sembra essere far quadrare i bilanci senza alcun interesse per la felicità e la “buona vita” delle persone.

Pensiamo di poter seguire, in questo senso, alcune tracce nella crisi greca che possono svelare i meccanismi di un’Europa che ci va stretta, ma anche indicare qualche spunto per poterli mettere in discussione. Emerge chiaramente che il predominio dell’economia sulla politica, prima ancora che segnare la sconfitta di Tsipras o di Syriza (costretti ad accettare dure misure di austerità tra le quali la costituzione di un umiliante fondo estero di garanzia senza aver ottenuto in cambio neppure una vaga promessa di ristrutturazione del debito), mostra la sconfitta e l’impraticabilità di qualsiasi prospettiva socialdemocratica, che non può trovare nessuno spazio dentro le istituzioni europee costruite solo per ratificare accordi decisi sulla base del puro e miope criterio economico.

Varoufakis, il 27 Giugno, al termine dell’Eurogruppo da cui è uscito dando inizio al percorso che ha portato al referendum, scriveva: “Ho chiesto un aiuto legale per capire se l’Eurogruppo poteva fare un comunicato nonostante non fosse stata raggiunta l’unanimità e se il Presidente potesse indire un incontro senza convocare il Ministro delle Finanze di un Paese membro della UE. Ho ricevuto la seguente, straordinaria, risposta: L’Eurogruppo è un gruppo informale, che non deve sottostare a regole o trattati”. L’Eurogruppo, il luogo in cui sono state prese le decisioni che condizionano il presente e il futuro della Grecia, non è altro che un gruppo informale, che non deve rispondere delle sue azioni a nessuna regola, a nessun accordo e che può agire senza alcuna trasparenza. Che senso ha, in questo contesto, la democrazia rappresentativa? Che senso possono avere gli appelli al voto per cambiare l’Europa? In questo senso Schäuble pare sia stato molto chiaro poco prima del referendum greco, sostenendo che “le elezioni non dovrebbero avere il potere di cambiare nulla”. Una prospettiva non lontana dall’atteggiamento dei governi dei Paesi in condizioni simili alla Grecia e del PSE, che hanno abdicato a qualsiasi lotta politica limitandosi a tentare di capire come applicare i memorandum del Fondo Monetario Internazionale e della Bundesbank. Che senso ha, quindi, proporre programmi elettorali contro l’austerity, come ha fatto il PSE, che vengono puntualmente smentiti in nome della tecnica?

Per questo diciamo che la socialdemocrazia ha fallito: stare dentro a queste regole, che tratteggiano un’Europa schiava dei meccanismi economici, non può portare a nessuna riforma. E gli appelli alla responsabilità, al pagare i propri debiti e a regolare i conti mostrano soltanto la totale mancanza di quell’immaginazione politica che sa che i debiti si negoziano e gli assetti economici si contrattano, politicamente. Se, come dicono molti, le misure imposte alla Grecia sembrano tanto quelle imposte a un Paese che abbia perso una guerra, è fin troppo facile ricordare che la Germania, che una guerra l’aveva pure persa, si è ritrovata a non pagare buona parte del debito contratto. Ma non solo: se il Paese non cresceva, per quell’anno non era tenuto a pagare gli interessi sul debito. Decisioni e clausole tutte politiche, com’è ovvio, e come politica è anche la scelta di non concedere invece nulla da questo punto di vista alla Grecia oggi.

Ci troviamo di fronte a un’Europa che si pretende impolitica e tecnica, ostaggio dei suoi meccanismi organizzativi che premiano chi è più forte e di una moneta unica che sembra sempre di più un cambio fisso. La scelta di questa forma ibrida di unione monetaria tutela le economie trainanti, perché dà maggiore credibilità al sistema nei confronti degli investitori rispetto alla moneta di un solo stato, e innesca meccanismi pazzeschi per i Paesi più deboli, che sono sempre sotto ricatto di essere buttati fuori e lasciati annegare nella certezza di un default che sarebbe solo loro, perché coinvolgerebbe solo in parte le altre economie. Un sistema insomma che rafforza i singoli stati finchè gli altri decidono di sostenerli, perché la solidarietà dal punto di vista economico è una precisa scelta politica da adottare e non un automatismo di sistema. E molto semplicemente, si sceglie di adottarla o meno in funzione degli interessi di chi è più forte.

Eppure di un’Europa capace di solidarietà e di una visione comune avremmo forse bisogno: non solo perché “nostra patria è il mondo intero” ed eliminare quanti più confini possibile uno dei nostri obiettivi, ma anche perché proprio su quei confini vediamo i risultati più spietati di una tecnica incapace di avere tra i suoi fini la felicità. Ventimiglia, parallelamente alla crisi greca, è diventato uno dei luoghi in cui si infrange ogni retorica europeista: i migranti rimbalzati da un lato all’altro del confine vivono drammaticamente sulla loro pelle l’inadeguatezza delle istituzioni europee, capaci soltanto di parlare di quote e di numeri di navi da inviare nel Mediterraneo. È anche lì che la logica neoliberista si svela nuda, priva di quegli orpelli che la rendono accettabile in cambio di un minimo di benessere e si mostra come una feroce ideologia che divide il mondo, sempre e di nuovo, in oppressi e oppressori, aggiungendoci, però, una retorica meritocratica che pretende di essere neutra.

La solitudine della Grecia, in questi mesi, non mostra soltanto il fallimento della socialdemocrazia e del sogno europeista, ma ci mette di fronte anche alla nostra stessa debolezza, all’incapacità dei movimenti di diventare spazio di consapevolezza e di azione politica. Grazie anche al referendum greco oggi è molto più diffusa la consapevolezza che non ci sia niente di obbligato o di automatico nei meccanismi della finanza, che ci sono delle scelte precise che sono state fatte dalla Germania e dai suoi satelliti, ma a sinistra nessuno sembra in grado di offrire spazio all’espressione di questa posizione in modo praticabile da tanti e diffuso. Dobbiamo, quindi, essere in grado noi per primi di superare automatismi e coazioni a ripetere per vedere già l’Europa priva dei suoi confini e intrecciare le lotte senza dare nessuno spazio ai facili nazionalismi, ma sapendo vedere dei compagni in chi lotta contro l’austerità per aprire nuovi spazi politici. Anche perché, la Germania, blocco monolitico apparentemente inscalfibile, nasconde al suo interno contraddizioni pronte ad esplodere. I sette milioni di giovani assunti con i “famigerati” mini-jobs potrebbero essere un interlocutore privilegiato nella lotta a questo modello dilagante.

Dopo il no greco nel referendum, che molti di noi hanno vissuto come una vittoria, e durante la trattativa a Bruxelles, le uniche piazze che si sono riempite sono state quelle greche. Le poche iniziative chiamate negli altri Paesi in solidarietà col popolo greco si sono rivelate – dobbiamo ammetterlo, contro le nostre aspettative – tragicamente minoritarie: qualche centinaio di persone conosciute con un immaginario triste e stanco.

Eppure questa vicenda ha svelato tanto dell’Europa e dei suoi meccanismi, ha chiaramente mostrato la vera natura di un sistema di relazioni internazionali che è così per precise scelte politiche, ha reso chiaro a tanta gente che la pretesa ineluttabilità dei processi economici e finanziari, che la necessità di ripagare il debito sono delle balle colossali. Noi crediamo che tantissime persone abbiano aperto gli occhi, che l’aspetto positivo di questa sconfitta politica sia proprio aver svelato al mondo la verità su chi e come decide davvero in questa Europa.

Eppure. Eppure le piazze sono vuote, nessuno esprime in modo pubblico e attraversabile la solidarietà col popolo greco, non si vedono neanche iniziative alla portata di tutti, nello stile delle bandiere arcobaleno sui balconi contro la guerra in Iraq nel 2003, che nella loro semplicità avevano contribuito non poco alla costruzione e alla visibilità di un immaginario e di una coscienza collettiva.
Sembra non esserci, al di là dei ragionamenti spesso condivisibili di molti, un qualche soggetto percepito come collettivo che sia credibile al punto da assumersi l’onere e l’onore di chiamare le persone alla partecipazione al di là del ristretto ambito dei militanti.
Guardiamo con interesse la discussioni che si stanno sviluppando sul moltiplicare le mobilitazioni internazionali portandole nel “cuore della bestia”e sulla costruzione di uno sciopero continentale.
Anche da queste riflessioni autocritiche dovremo provare a ripartire nel tentativo di aprire nuovi spazi politici che sappiano offrire parole e pratiche a un sentire che ha tutte le potenzialità per essere maggioritario.

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Where does our new Europe begin?

“Knowledge of the good would seem to be the concern of the most authoritative science, the highest master science. And this is obviously the science of politics, because it lays down which of the sciences there should be in cities […] And we see that even the most honourable of faculties, such as military science, domestic economy, and rhetoric, come under it.
Since political science employs the other sciences, and also lays down laws about what we should do and refrain from, its end will include the ends of the others, and will therefore be the human good. For even if the good is the same for an individual as for a city, that of the city is obviously a greater and more complete thing to obtain and preserve. For while the good of an individual is a desirable thing, what is good for a people or for cities is a nobler and more godlike thing. […] all knowledge and every pursuit aims at some good, what it is that we say political science aims at and what is the highest of all goods achievable by action. Verbally there is very general agreement; for both the general run of men and people of superior refinement say that it is happiness”. Nicomachean Ethics, 1094a and 1095b.

Aristotle wrote these paragraphs, in the 5th Century b.C., reminding that economics are subordinate to politics, whose goal is to pursuit happiness for humans, “a nobler and more godlike thing”. In these days, but in these months and years as well, we are witnessing a reversal of Aristotle’s adage: economics dominate politics, and the goal seems to be balancing the books, with no regard for the happiness and the “decent life” of people. We believe that we can follow, in the Greek crisis, some tracks that can disclose the inner works of a version of Europe that does not fit us; we believe these tracks can also point us to some ideas to call those inner workings into question. It is self-evident how the predominance of economics on politics, even before defeating Tsipras and Syriza (which were forced to accept dire austerity measures, including the humiliating creation of a foreign “guarantee fund”, with not even a vague promise of restructuring Greece’s debt), has proved any social-democratic perspective to be defeated and impracticable, and how there is no room in the European institutions for social democracy; these institutions’ only raison d’etre seems to be the ratification of agreements based on mere and short sighted economic reasons.

On June 27th, after leaving the Eurogroup meeting that lead to the referendum, Varoufakis wrote: “I asked for legal advice, from the secretariat, on whether a Eurogroup statement can be issued without the conventional unanimity and whether the President of the Eurogroup can convene a meeting without inviting the finance minister of a Eurozone member-state. I received the following extraordinary answer: “The Eurogroup is an informal group. Thus it is not bound by Treaties or written regulations. While unanimity is conventionally adhered to, the Eurogroup President is not bound to explicit rules”. The Eurogroup, where the decisions that shaped the present and future of Greece have been taken, is but an informal group, not subject to any control of its actions, or to any rule or agreement, and it acts in total lack of transparency. What is, in this context, the meaning of representative democracy? What is the meaning of the calls to vote to change Europe? Schäuble himself is said to have been very clear about this, not long before the Greek referendum: “Elections should not have the power to change anything”.

It is, we must say, a very similar point of view to those of the governments of countries in situations comparable to Greece’s, and of PES, who gave up any form of political struggle, to just devote themselves to trying to apply the FMI’s and Bundesbank’s Memorandums.
What is, then, the meaning of proposing political programs against austerity, like PES did, only to recant them in the name of technique? For this, we say that social democracy has failed: following these rules, that shape Europe as a slave of economical mechanisms, cannot lead to any reform. All the calls for responsibility, for paying the debt and for balancing the books, only show the total lack of political imagination, an imagination that knows that debts can be negotiated, and economical assets can be negotiated too, politically. If, as many have said, the measures imposed on Greece closely resemble those imposed on a country that lost a war, it is far too easy to remind that Germany, that had indeed lost a war, was able to not pay a big part of the debt it incurred in. Furthermore, if in a given year the country had no growth, it would not pay interest on its debt. All these decision and clauses were inherently political, just as not granting any similar help to Greece, today, is an inherently political decision. Today we face a Europe that represents itself as non-political and technical, held hostage by its own organizational mechanisms that only reward the strongest, and a single currency that looks increasingly like a fixed exchange rate. This hybrid form of monetary union protects the driving economies, because it grants to the system more credibility towards investors, compared to the currency of a single state, while giving way to insane mechanisms for the weaker countries, that are under a constant threat of being kicked out and let to drown, with the certainty of a default that they alone would have to deal with, since it will involve other economies only marginally.

A system, in other words, that strengthens the single states, only as long as other states decide to support them, because economic solidarity is but a political decision that may or may not be taken, not an automatism. Quite simply, the decision whether or not to use solidarity is taken only according to the interests of the strongest. Yet, what we would need is a Europe capable of solidarity and of a common vision: not only because “The whole world is our homeland”, and our goals include eliminating as many borders as possible, but also because along those same borders we are seeing the results of a merciless mechanism, incapable of having happiness among its goals.

Ventimiglia, alongside the Greek crisis, became one of the places where every kind of pro-europeistic rhetoric goes to die: the migrants, bounced from one side of the border to the other, are living on their own bodies,in the most tragic way, the inadequacy of the European institutions, who can only talk about quotas and ships to send to the Mediterranean. In Ventimiglia, too, the neoliberal way of thinking is unveiled, and is shown naked, without the embellishments that usually make it look acceptable, in exchange for a guaranteed minimal well-being: here it shows its real face, the face of a fierce ideology that, once again, dividesthe world between oppressors and oppressed, but now tries to hide this division between a meritocratic rhetoric, that presents itself as neutral.

The solitude of Greece, in this months, does not only show the failure of social democracy and of the European dream, but forces us to face our own weakness, the inability of political movements to turn themselves into a space of awareness and political action. Thanks also to the Greek referendum, there is an increased awareness that the mechanisms of finance are not automatic and cannot be forced onto people; that, on the contrary, they are specific choices made by Germany and its satellites. Sadly, no one in the left wing seems to be able to allow the expression of this position in an accessible way. We must, therefore, be able, we firstly, to overcome automatisms and repetition compulsion, to see a Europe that is already without borders, to intertwine our struggles, leaving no space to the way-too-easy nationalisms, but recognizing all the comrades struggling against austerity, to open new spaces of political discussion and action. In this fight, let’s not forget that Germany, as mush as it appears as a monolithic and unbreakable bloc, is riddled with internal contradictions, ready to detonate. The 7 millions of youngsters hired on the infamous “minijobs” could be the best spokespeople in the fight against this rampant model.

After the “No” in the Greek referendum, which many of us thought of as a victory, and during the negotiations in Brussels, the only streets that were filled were the Greek ones. In the other countries, the few initiatives in solidarity with Greece have been, we must say, against our own expectations, the expression of a minority: a few hundred known faces, with a sad and tired collective imagination. Still, what happened has unveiled much of Europe and of its mechanisms, it clearly showed the true nature of a system of international relations that exists in this way because of specific political choices, it made clear to a lot of people that the so-called unavoidability of economical and financial processes and the necessity of repaying the debt are nothing but bullshit.

We believe that a lot of people opened their eyes, that the one good side of this political defeat is having unveiled the truth about who really rules, and how they rule, in this version of Europe.
Still.
Still, the streets are empty, no one is expressing solidarity to the Greek people in a public and accessible way, there are no initiatives that are suitable to most, such as, for example, the rainbow flags on balconies and windows against the war in Iraq in 2003 which, with their simplicity, gave a huge contribution to the construction and visibility of a collective awareness and conscience. It seems that, apart from the valid reasonings of many, we are experincing the lack of a subject of any kind that is perceived as collective, that has the credibility to take the honors and obligations to call people to participate, outside of the strictly-militant environment. We keep a close eye on the ongoing talks about the multiplication of the international mobilizations, about bringing them to “the heart of the beast”, and about the building of a continental strike. From this self-critic considerations, too, we should find our new beginning, trying to open new political spaces that are able to offer words and practices to a feeling that has the full capability of being shared by a vast majority.

Milano per la Grecia verso un’Europa libera dall’austerità

Milano contro l’austerity

Milano contro l’austerity, support greek people!

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